Giornata dei malati

52. È, poi, compito importante della comunità ecclesiale la promozione della persona sofferente. Si tratta di rendere operativa l’affermazione di Giovanni Paolo II, secondo cui l’uomo sofferente è «soggetto attivo e responsabile dell’opera di evangelizzazione e di salvezza». Tale affermazione implica il riconoscimento del carisma dei sofferenti, dei valori che essi richiamano, del loro apporto creativo alla Chiesa e al mondo: «anche gli infermi sono inviati [dal Signore] come lavoratori nella sua vigna». A nessuno sfugge quanto sia importante passare da una concezione che intende il malato come oggetto di cura a una che lo rende soggetto responsabile della promozione del regno. (…) Uno degli aspetti maggiormente considerati in tali documenti è costituito dal diritto del malato a essere coinvolto nella propria terapia, assumendo così un ruolo di responsabilità nel processo di cura che concerne la sua persona. (…)

53. Per questo la comunità parrocchiale deve aprirsi all’accoglienza, impegnandosi a far sì che il sofferente non sia solo nella prova: gli è vicino Cristo che perdona, santifica e salva, unitamente alla Chiesa che, con i gesti della “presenza”, partecipa alla sua situazione di debolezza e prega con lui. Sono segni della misericordia divina il conforto di una fraterna presenza, la qualità di una comunicazione sincera, la proposta della parola di Dio, la preghiera, la grazia dei sacramenti, l’aiuto materiale. Particolare significato e valore acquista la celebrazione del sacramento dell’Unzione degli infermi, istituito da Cristo «medico del corpo e dello spirito»i. L’apostolo Giacomo scrive: «Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati» (Gc 5,14-15). «Il sacramento dell’Unzione è il segno che gli infermi non sono soli nella prova, ma che ad essi è vicino Gesù, che conosce il soffrire, per dar loro forza ed aiutarli a conservare la fiducia in Dio Padre e ad aver pazienza verso il loro fragile corpo, destinato alla risurrezione». Frutto del sacramento, per l’azione dello Spirito, è per il malato il sentirsi sollevato e rinvigorito, e insieme aiutato a dare significato e a vivere con più serenità la propria condizione.(…)

54. Di grande importanza è il ricorso a un’autentica teologia della sofferenza che, evitando di cadere nel dolorismo, sappia comunicare che anche «gli eventi negativi della vita – non esclusa la malattia, l’handicap, la morte – sono “realtà redenta” dal Cristo e da lui assunta come “strumento di redenzione”». «Il cristiano, infatti, mediante la viva partecipazione al mistero pasquale di Cristo può trasformare la sua condizione di sofferente in un momento di grazia per sé e per gli altri fino a trovare nell’infermità una vocazione ad amare di più, una chiamata a partecipare all’infinito amore di Dio verso l’umanità». Alle numerose e lodevoli iniziative che già esistono a questo riguardo – come le diverse associazioni di malati – è opportuno che ne vengano aggiunte altre, come, ad esempio, l’inserzione di malati negli organismi ecclesiali di partecipazione.Non si tratta tanto di “programmare” una nuova pastorale, ma di chiedere il dono di un cuore ricco di Dio e di umanità e di vivere la dinamica del “dare e ricevere”: dare (tempo, cura, assistenza, ecc.) da parte dei sani ai malati, e ricevere dai malati quanto sono in grado di donarci. Una sofferenza condivisa può diventare una forza trasformatrice della società.La malattia è “pedagogia” per tutti: fa imparare la riconoscenza a Dio per i tanti doni ricevuti; spinge a pregare per chi è nella prova, ad apprezzare il bene nascosto, a ridimensionare i propri problemi; fa ritrovare semplicità e umiltà e spinge a una maggiore disponibilità verso gli altri; invita ad approfondire la domanda sul senso della vita. Frequentando le persone sofferenti si impara ad ascoltare di più, a incoraggiare, a compiere anche i servizi più umili per aiutare l’altro, a non fuggire dalla realtà quotidiana…

(C.E.I.: Nota sulla Pastorale della Salute)

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