CHIESA, SCUOLA DI COMUNIONE
4ª Avvento – Betlemme: la casa del pane (2,1-14)
Nella lingua ebraica, Betlemme significa la casa del pane. Cioè la casa della condivisione, della comunione, perché il pane è fatto per essere mangiato insieme. Il pane, però, a Betlemme, non era condiviso! Maria e Giuseppe vi arrivano dopo un lungo cammino, pensando che quella era la loro città, dove avevano le loro radici, in una parola: la loro casa. Ma non trovarono spazio nella sala degli ospiti (traduzione letterale dal greco), la sala dove si consumavano i banchetti. “La casa del pane” era chiusa per loro; quella, non era più la loro casa! Forse anche perché non erano accostumati a una sala per banchetti: la si trovava solo nelle case dei ricchi. Giuseppe allora si rifugia con Maria, gravida di Gesù, in una stalla, forse una grotta di contadini o pastori, dove abitualmente si custodivano gli animali. Non è proprio una casa, ma può svolgere le funzioni di riparo momentaneo. Gesù nacque in questo luogo, improprio per nascere, senza l’aiuto di nessuno e poco igienico. Appena nato, è avvolto in fasce e posto nella mangiatoia, come in un piatto. Le fasce, la mangiatoia ricordano anticipatamente il cadavere di Gesù avvolto in fasce e deposto in un sepolcro. Ma, la mangiatoia ricorda anche il pane. Il pane fresco, appena tolto dal forno, ancora caldo, era avvolto in una tovaglia bianca e conservato: in questa maniera durava giorni e giorni e nutriva la famiglia fino alla settimana successiva. La grotta, la mangiatoia, le fasce: è questa la vera “casa del pane”, e Gesù è il pane della vita che ci è donato. La città di Betlemme, invece, per aver dimenticato il senso del suo nome, ha perso la sua vera identità. E’ diventata una città chiusa, non è più una casa, perché in lei il pane non è più condiviso. La vera Betlemme è ora questa grotta di animali, a cui accorrono i poveri e gli emarginati del tempo, i pastori, richiamati dagli angeli. E a loro, come su un piatto speciale, è offerto il pane vero, Gesù, capace di riscaldare il loro cuore, perché Gesù è il segno che Dio si è ricordato di loro. Ecco perché questo luogo risplende ora di una luce fortissima, come un faro che attira a sé tutti i naviganti dispersi nel mare della vita, realizzando così la profezia messianica di Isaia che vedeva Gerusalemme brillare di luce dall’alto del monte Sion e tutti i popoli accorrere a lei.
Il Natale invita ciascuno di noi e le nostre comunità a diventare nuovamente “la casa del pane”. Celebrare il Natale è ritornare ad essere casa, famiglia, dove tutti trovano il loro spazio attorno ad una mangiatoia (tavola, altare) per spezzare insieme il pane della vita (Gesù). Non lasciamo che l’esclusione, il giudizio, il preconcetto ci dividano dai nostri fratelli e sorelle, ma assumiamo uno spirito di inclusione, di solidarietà vera, di fraternità, attorno al pane-Gesù.


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December 21st, 2009 at 6:30 pm
Caro Don,ho letto il testo ed ho subito capito che tratta il discorso fatto a scuola oggi. Infatti, nessuno ha accolto Gesù nella propria casa, ed i sacerdoti non sono andati ad adorarlo. Infatti Gesù è nato in modo “anonimo”, nel senso che nessuno si è preoccupato di un povero bambino che nasce in una note di freddo…… Infatti, come hai detto a scuola: QUESTO NATALE SIAMO PRONTI AD ACCOGLIERE IL PICCOLO CHE VIENE??????
Ciao Riky
December 23rd, 2009 at 6:30 pm
Sono un’animatrice della parrocchia e vorrei esprimere la mia opinione riguardo l’argomento in questione. Reputo tale proposta sicuramente utile per “smuovere le menti” infatti, 2009 anni fa a Gesù bambino è stata offerta almeno una stalla calda dove ripararsi dal freddo, allora perché noi non siamo disposti ad ospitare nelle nostre case lo “straniero” se ci definiamo credenti e se vogliono vivere secondo gli insegnamenti di Dio Padre??
Purtroppo però nella società attuale credo sia impossibile attuare una cosa del genere senza nessun timore e preoccupazione… e non sto parlando esclusivamente di offrire ospitalità a rom, migranti, ecc.; personalmente non mi fiderei di aprire la mia casa neppure ad un mio concittadino se prima non l’avessi conosciuto e sapessi di potermi fidare di lui! La cronaca attuale ci porta a diffidare di chiunque poichè il “male” è fortemente presente in ogni contesto di vita quotidiana. Ma non per questo come “comunità” dobbiamo chiuderci all’accoglienza e, forse, il contesto della parrocchia sarebbe il luogo più idoneo per fare un tentativo.
Quindi! Perché non partire da una reciproca conoscenza? Perché non passare qualche ora in loro compagnia in oratorio o presso la loro realtà per conoscere le reciproche culture, usanze, stili di vita, ecc.?
Non reputo, invece, positivo il fatto di volere integrare lo straniero a tutti i costi nella nostra vita quotidiana facendolo co-esistere nello stesso luogo; infatti ogni persona preferisce vivere tra membri della stessa cultura per mantenere tradizioni e stili di vita che gli sono più consoni.
Per concludere queste mie riflessioni penso sia necessaria un’educazione a quello che è “altro” da noi, così da imparare ad accettarlo senza discriminarlo e lasciando che egli possa vivere secondo la sua cultura, sempre nel rispetto degli altri e della legge del Paese in cui si vive.
Ne approfitto per augurare a tutti un Buon Natale!!
Silvia