Ho visto un re

Il titolo di Re di Israele, di Re dei giudei, fin dall’inizio del vangelo di Giovanni risuona sulle labbra di Natanaele, nell’ora della sua vocazione e del suo primo incontro con Gesù (Gv 1,49): confessione di fede che riconosce il Messia, discendente di David, Re-Figlio di Dio, colui che adempie la promessa di Dio per il suo popolo e porta la liberazione, la giustizia e la pace.
Proprio nell’attesa del compimento di questa promessa, la speranza messianica era viva al tempo di Gesù ma si era caricata di attesa politica, di desiderio di sovranità mondana! Per questo, quando le folle avevano visto il segno della moltiplicazione dei pani, volevano prendere Gesù per farlo re, ma non vi riuscirono perché egli fuggì da loro ritirandosi nella solitudine della montagna. Ma anche quando Gesù entra in Gerusalemme per la sua ultima Pasqua, la folla gli va incontro con rami di palma, acclamandolo “Re d’Israele veniente, benedetto nel nome del Signore. Eppure anche quell’evento non viene capito nel suo significato, nemmeno dai suoi discepoli.

Solo ora, nella passione, la regalità di Gesù è svelata ed è significativamente rifiutata da quelli che gridano la bestemmia: “Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare”, del potere mondano. Tuttavia quando Gesù sarà in croce, il cartello voluto da Pilato nelle tre lingue dell’ecumene – ebraico, greco e latino – proclamerà la verità: “Gesù Nazoreo è il re dei giudei”. Sì, “ogni lingua confessa che Gesù è Signore” (Fil 2,11), Kýrios, a partire dalla croce! Ecco dunque il fondamento della celebrazione di questa festa di Cristo Re, che è stata ricompresa dalla riforma liturgica del Vaticano II, grazie alla scelta delle letture evangeliche che presentano Gesù quale Re nella passione (anni B e C) e quale Giudice veniente nella misericordia (anno A). (E. Bianchi, www.monasterodibose.it)Il titolo di Re di Israele, di Re dei giudei, fin dall’inizio del vangelo di Giovanni risuona sulle labbra di Natanaele, nell’ora della sua vocazione e del suo primo incontro con Gesù (Gv 1,49): confessione di fede che riconosce il Messia, discendente di David, Re-Figlio di Dio, colui che adempie la promessa di Dio per il suo popolo e porta la liberazione, la giustizia e la pace.
Proprio nell’attesa del compimento di questa promessa, la speranza messianica era viva al tempo di Gesù ma si era caricata di attesa politica, di desiderio di sovranità mondana! Per questo, quando le folle avevano visto il segno della moltiplicazione dei pani, volevano prendere Gesù per farlo re, ma non vi riuscirono perché egli fuggì da loro ritirandosi nella solitudine della montagna. Ma anche quando Gesù entra in Gerusalemme per la sua ultima Pasqua, la folla gli va incontro con rami di palma, acclamandolo “Re d’Israele veniente, benedetto nel nome del Signore. Eppure anche quell’evento non viene capito nel suo significato, nemmeno dai suoi discepoli.

Solo ora, nella passione, la regalità di Gesù è svelata ed è significativamente rifiutata da quelli che gridano la bestemmia: “Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare”, del potere mondano. Tuttavia quando Gesù sarà in croce, il cartello voluto da Pilato nelle tre lingue dell’ecumene – ebraico, greco e latino –
proclamerà la verità: “Gesù Nazoreo è il re dei giudei”. Sì, “ogni lingua confessa che Gesù è Signore” (Fil 2,11), Kýrios, a partire dalla croce! Ecco dunque il fondamento della celebrazione di questa festa di Cristo Re, che è stata ricompresa dalla riforma liturgica del Vaticano II, grazie alla scelta delle letture evangeliche che presentano Gesù quale Re nella passione (anni B e C) e quale Giudice veniente nella misericordia (anno A).

E. Bianchi, www.monasterodibose.it