Pecore, non pecoroni!

Vale per le pecore, nei riguardi della voce del proprio pastore, ma anche per altri animali con i quali si è in relazione. I padroni dei cani lo sanno bene e chi ha il pollice verde può testimoniare che le piante non sono da meno: parlando con loro, crescono meglio.

Bisogna riconoscere, peraltro, che si tratta di interlocutori meno problematici degli esseri umani. Se ne stanno buoni buoni, quando rivolgiamo loro la parola, e soprattutto non ribattono.

Tra di noi è più complicato, per questo talvolta si arriva a chiudere la comunicazione, da una parte rinunciando a parlare e dall’altra evitando di ascoltare. Il risultato è che perdiamo la nostra umanità.

Le pecore di differenti greggi, chiuse nella notte in un unico ovile, il mattino seguono il pastore ascoltandone la voce. E non si sbagliano, vanno a colpo sicuro: “Un estraneo non lo seguiranno, ma fuggiranno Via da lui, perché non conoscono la voce” (Gv 10,5). Fossimo tutti pecore, viene da dire! Le nostre storie conoscono infatti smarrimenti dovuti a voci inseguite come significative e rivelatesi invece inconsistenti, quando non fonte di deviazioni pericolose.

Come ascoltiamo, che cosa ascoltiamo, chi ascoltiamo? Non si tratta di fare moralismi, o peggio censure, immaginando di preservare gli orecchi delicati dalle brutture del mondo. Nemmeno però di sdoganare tutto e di mettersi in ascolto di ogni cosa. C’è una responsabilità da esercitare, sia in ciò che si dice, sia in quanto si ascolta.

Chi assume determinati ruoli dovrebbe averne ancora di più, cosa che non appare dalle esternazioni di chi è al potere. In tempi di facili populismi, va chiesto a ciascuno un supplemento di vigilanza. Ascoltare e seguire certe voci compromette non solo il proprio cammino, ma la direzione di un intero Paese.

don Dario Vivian articolo completo in “La Voce dei Berici” 12.5.2019