PER UNA CHIESA IN USCITA, LA VOCAZIONE COME ESODO. LA PROPOSTA AI GIOVANI FRENATI NEI LORO SOGNI

Nel Messaggio per la 52a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni (il prossimo 26 aprile), papa Francesco chiede ai giovani di superare “le incognite”, le “preoccupazioni”, le “incertezze”, che rischiano di “paralizzare i loro slanci”. La vocazione è “lasciare sé stessi, uscire dalla comodità e rigidità del proprio io per centrare la nostra vita in Gesù Cristo”. Non è una “fuga dal mondo”, ma “un impegno concreto, reale e totale”. Una Chiesa “in uscita”, non “preoccupata di sé stessa, delle proprie strutture e delle proprie conquiste”, ma capace di “incontrare i figli di Dio” e “compatire” le loro ferite. Per una Chiesa “in uscita”, non preoccupata di sé, ma desiderosa di annunciare per le strade del mondo, occorrono vocazioni che vivano “l’esodo”, un’uscita da sé che radicandosi in Gesù Cristo, si “pone al servizio della costruzione del Regno di Dio sulla terra”.

Il Messaggio è rivolto in particolare ai giovani che sono “disponibili e generosi”, ma “a volte le incognite e le preoccupazioni per il futuro e l’incertezza che intacca la quotidianità rischiano di paralizzare questi loro slanci, di frenare i loro sogni, fino al punto di pensare che non valga la pena impegnarsi e che il Dio della fede cristiana limiti la loro libertà”. “Cari giovani, non ci sia in voi la paura di uscire da voi stessi e di mettervi in cammino! Il Vangelo è la Parola che libera, trasforma e rende più bella la nostra vita”.

Per Francesco, “la vocazione cristiana non può che nascere all’interno di un’esperienza di missione” e “l’offerta della propria vita in questo atteggiamento missionario è possibile solo se siamo capaci di uscire da noi stessi”, appunto un “esodo” che “che è la vocazione, o, meglio, la nostra risposta alla vocazione che Dio ci dona”.

“Alla radice di ogni vocazione cristiana, c’è questo movimento fondamentale dell’esperienza di fede: credere vuol dire lasciare sé stessi, uscire dalla comodità e rigidità del proprio io per centrare la nostra vita in Gesù Cristo; abbandonare come Abramo la propria terra mettendosi in cammino con fiducia, sapendo che Dio indicherà la strada verso la nuova terra. Questa “uscita” non è da intendersi come un disprezzo della propria vita, del proprio sentire, della propria umanità; al contrario, chi si mette in cammino alla sequela del Cristo trova la vita in abbondanza, mettendo tutto

sé stesso a disposizione di Dio e del suo Regno”.
“La vocazione è sempre quell’azione di Dio che ci fa uscire dalla nostra situazione

iniziale, ci libera da ogni forma di schiavitù, ci strappa dall’abitudine e dall’indifferenza e ci proietta verso la gioia della comunione con Dio e con i fratelli. Rispondere alla chiamata di Dio, dunque, è lasciare che Egli ci faccia uscire dalla nostra falsa stabilità per metterci in cammino verso Gesù Cristo, termine primo e ultimo della nostra vita e della nostra felicità”.

“Ascoltare e accogliere la chiamata del Signore non è una questione privata e intimista che possa confondersi con l’emozione del momento; è un impegno concreto, reale e totale che abbraccia la nostra esistenza e la pone al servizio della costruzione del Regno di Dio sulla terra”.

“Il discepolo di Gesù – sottolinea ancora – ha il cuore aperto al suo orizzonte sconfinato, e la sua intimità con il Signore non è mai una fuga dalla vita e dal mondo”… La Vergine Madre ci protegga e interceda per tutti noi”.